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Fair Trade

Da Imprese alla sbarra.

Indice

Istantanea

Sistema di certificazione relativo ai criteri del commercio equo gestito da FLO ( Fairtrade Labelling Organizations) un organizzazione internazionale con sede in Germania.

Come nasce l'esigenza di un marchio del commercio equo

I prodotti del commercio equo possono provenire da vari offerenti, sia cooperative di importazione che operano esclusivamente in questo settore, sia imprese che operano nel commercio tradizionale. Le prime espongono esclusivamente il proprio marchio, ad esempio Altromercato, Libero Mondo, Commercio Alternativo. Le seconde, invece, espongono un doppio marchio: il proprio e quello di FairTrade, di proprietà della Fairtrade Labelling Organizations International (FLO), un'organizzazione senza scopo di lucro domiciliata in Germania, fondata nel 1997.
L’idea di creare un marchio del commercio equo a disposizione dei protagonisti commerciali tradizionali nasce in Olanda alla fine degli anni ottanta, quando alcune cooperative di importazione del commercio equo sentirono l’esigenza di entrare nella grande distribuzione. Le cooperative di importazione olandesi si presentarono ai supermercati e alle botteghe tradizionali, chiedendo di poter diventare loro fornitori. Ma la proposta non venne accolta perché i supermercati non avevano interesse ad abbandonare marchi affermati, sorretti da molta pubblicità, per passare a prodotti semi sconosciuti.
Constatato che l'ingresso ai supermercati per la porta principale era sbarrato, qualcuno pensò che si poteva passare da quella di servizio convincendo le imprese che già erano presenti nei supermercati ad inserire nel loro campionario anche i prodotti del commercio equo. Ma come fare per distinguerli? La soluzione fu la creazione di un marchio di qualità denominato Max Havelaar, dal titolo di un libro del 1800, scritto per protestare contro il trattamento riservato agli indigeni delle colonie olandesi.
Nel tempo l’esperienza olandese si è estesa a molti altri paesi ciascuno dei quali ha creato e gestito un proprio organismo di gestione del marchio. In Italia, ad esempio, l’esperienza è partita con la denominazione TransFair, gestita da 25 associazioni fra cui Acli, Arci, Mani Tese, Commercio Alternativo.
Oggi esistono organizzazioni di gestione del marchio del commercio equo in molti paesi europei e del Nord America, che intrattengono rapporti con tutte quelle imprese di trasformazione e di distribuzione che chiedono di poter mettere in vendita sul territorio nazionale prodotti che recano il marchio del commercio equo. Per acquisire tale diritto, le imprese richiedenti devono accettare una serie di condizioni fra cui:

  • l'obbligo a garantire il pagamento di un prezzo equo (Minimum Price) ai produttori;
  • l'obbligo a garantire il pagamento di un premio aggiuntivo (FairTrade Premium) che i produttori destineranno al miglioramento delle condizioni socio-ambientali. Tale contributo è maggiorato qualora i prodotti provengano dall'agricoltura biologica.
  • l'obbligo a pagare il 60% della merce con due due mesi di anticipo, se i produttori lo richiedono.
Marchio Fairtrade

Alle fine del percorso, le imprese firmano un contratto di licenza, da qui il termine licenziatarie, in base al quale acquisiscono il diritto ad esporre il marchio su tutte le confezioni che contengono prodotti del commercio equo. In cambio, le imprese licenziatarie si impegnano a sottostare alle verifiche del sistema e a pagare alle organizzazioni di gestione del marchio una percentuale sui prodotti venduti a marchio FairTrade.
Per uniformare le proprie pratiche le varie iniziative nazionali si sono dotate di un marchio unico denominato FairTrade e si sono consorziate in un coordinamento internazionale denominato FLO. Anche TransFair Italia ha aderito a FLO ed ha cambiato la propria denominazione in FairTrade Italia.
Oggi i membri di FLO sono una trentina e non comprendono solo organismi nazionali di gestione del marchio ma anche organizzazioni di produttori del Sud del Mondo.
FLO è governata da un consiglio di amministrazione composto da 14 consiglieri, di cui 11 eletti fra i propri membri e 3 scelti tra esperti indipendenti del settore.

Come nasce l'esigenza della certificazione

Finché il commercio equo e solidale è stato un'iniziativa rimasta nell'ambito delle cooperative di importazione e delle botteghe del mondo, non è sorta la necessità di disporre di marchi di riconoscimento, né di sistemi di certificazione che attestassero la conformità delle imprese aderenti ai criteri che caratterizzano l'idea del commercio equo: gestione democratica delle unità produttive, rispetto dei diritti di chi ci lavora, rispetto dell'ambiente, rapporto con la comunità locale. Tutto era basato su un rapporto di fiducia che scattava nel momento stesso in cui si oltrepassava la soglia di una bottega del mondo.
Ma da quando sono entrate in scena anche le imprese tradizionali organizzate per profitto, il commercio equo si è esteso a prodotti critici come il vestiario e i palloni, sono comparse certificazioni tipo Rainforest Alliance, SA8000, è sorta la necessità di dimostrare con un sistema di certificazione che tutti i criteri del commercio equo espressi tramite il marchio sono effettivamente rispettati.
Il sistema di garanzia relativo ai prodotti del commercio equo, commercializzati tramite la grande distribuzione, si può distinguere in due spezzoni. Il primo risponde alla domanda “come si produce” e certifica il rispetto dei criteri del commercio equo da parte dei produttori. Il secondo risponde alla domanda “come si acquista” e verifica il rispetto delle condizioni d'acquisto da parte degli esportatori, importatori, trasformatori ed imprese licenziatarie del marchio. La prima parte è gestita da FLO-CERT, emanazione di FLO. La seconda da FLO-CERT, per l'ambito internazionale, e dagli organismi nazionali per la parte finale della filiera.

Criteri della certificazione “FairTrade”

FLO-CERT ha elaborato standard per i produttori e per gli operatori commerciali. Ma in realtà gli standard sono tre perchè quelli relativi alla produzione sono stati diversificati in base alla dimensione e alla gestione delle unità produttive: uno per i piccoli produttori che si avvalgono prevalentemente del lavoro dei titolari e dei propri familiari; l'altro per le imprese che usano prevalentemente lavoro dipendente.
Analizzando i criteri formulati per i due tipi di produttori, molti si ritrovano sia in un caso che nell'altro. Fra questi citiamo:

  • divieto di fare uso di lavoro forzato;
  • divieto di fare uso di lavoro minorile (sotto i 15 anni);
  • divieto di assegnare lavori pesanti e pericolosi ai minori di 18 anni;
  • obbligo di libertà sindacale;
  • pagamento di un salario perlomeno uguale al minimo legale stabilito localmente;
  • divieto di usare OGM in ogni parte del processo;
  • divieto di usare sostanze chimiche (pesticidi, fertilizzanti e detergenti) bandite dalla comunità internazionale perché pericolose. L'elenco di tale sostanze è stilato dalla stessa FLO;

Fra i requisiti specifici per i piccoli produttori citiamo:

  • l'obbligo di aderire ad organizzazioni di produttori (associazioni, cooperative, organizzazioni o altre strutture collettive) caratterizzate da relazioni democratiche, trasparenti e senza discriminazioni. Tali organizzazioni devono essere composte per almeno il 50% da piccoli produttori. Se l'organizzazione vuole commerciare anche prodotti non “FairtTrade “ è libera di farlo, ma non deve utilizzare il marchio per tali prodotti. Il 50% dei prodotti FairtTrade deve provenire da piccoli produtttori.

Fra i requisiti specifici per i grandi produttori citiamo:

  • l'obbligo a costituire un comitato aziendale composto da rappresentanti dei lavoratori e della dirigenza (joint bodies), con il compito di amministrare i proventi del Fair Trade Premium, il prezzo aggiuntivo che le aziende licenziatarie del marchio devono pagare ai produttori oltre il prezzo minimo d'acquisto (Minimum Price);
  • l'obbligo a incrementare, col tempo, i salari fino a raggiungere il livello del “salario vivibile”;
  • il rispetto di un orario settimanale massimo di sessanta ore (48 più 12 di straordinario);
  • l'obbligo a garantire un giorno di riposo ogni sette giorni.

Alcuni requisiti devono essere rispettati obbligatoriamente già il primo anno di certificazione, altri invece possono essere attuati in seguito, secondo scadenze prestabilite. In ogni caso le condizioni socio-ambientali lungo la filiera produttiva devono migliorare di anno in anno.

Chi effettua i controlli e rilascia la certificazione

A livello internazionale l'attività di certificazione e di verifica sui produttori è gestita da FLO-CERT Gmbh, una società con sede in Germania, fondata nel 2003 che fa riferimento a FLO. Tale società oltre a definire gli standard, rilascia le certificazioni a seguito di ispezioni commissionate ad ispettori locali che abbiano superato un esame di ammissione presso il sistema di certificazione. FLO-CERT dispone di uffici in Germania, Francia, Kenya, Sud Africa, Costa Rica, Colombia, India, per un totale di circa sessanta dipendenti che sovraintendono l'attività di ispezione, prendono visione dei rapporti stilati da quest'ultimi e rilasciano le certificazioni. Le entrate di FLO-CERT derivano principalmente dalle quote versate dalle imprese produttrici che richiedono la certificazione.
Generalmente l'attività di FLO-CERT non si estende all'attività di verifica sulle imprese commerciali che hanno ottenuto licenza di utilizzo del marchio, perché quest'attività è gestita dagli organismi nazionali che spesso si avvalgono della collaborazione di enti certificatori nazionali che per tradizioni e temi sono vicini al commercio equo. FairTrade Italia, ad esempio, si avvale della collaborazione di ICEA.

Le imprese licenziatarie

In Italia le licenziatarie sono prevalentemente piccole imprese di trasformazione e di distribuzione del caffè, tè, cacao, banane, riso. All'estero, invece, troviamo anche multinazionali come Nestlè, che ha ottenuto la licenza da FairTrade UK e Starbucks che l'ha ottenuta da FairTrade UK e FairTrade USA.

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